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Uno sciopero a Cosenza in epoca fascista

di Franco Bifarella


Il giorno, lo rammento con assoluta certezza, è di quelli che non si possono dimenticare: era un lunedì di Pasqua. L'anno, invece, non lo ricordo. Ho ben presente, però, il contesto storico in cui l'episodio si svolse per cui, mettendo insieme alcuni di questi dati si può con sufficiente approssimazione, desumere la data.
Vigeva ancora il regime fascista, anche se già in fase di incipiente disfacimento; eravamo in piena guerra; cominciavano a scarseggiare i generi alimentari e di prima necessità; a Cosenza non erano ancora incominciati i bombardamenti in seguito ai quali, qualche mese dopo, la quasi totalità dei nostri concittadini, e noi fra questi, terrorizzati, ma non "demoralizzati", abbandonammo in massa la città trasformandoci in "sfollati".
Insomma, l'anno doveva essere il 1941 oppure il 1942 e, quindi, io avevo 8 oppure 9 anni. E siccome nella nostra città i drammi della guerra li avevamo fin lì vissuti solamente attraverso i "bollettini" trasmessi dalla radio e, concretamente, con il quasi quotidiano passaggio delle luccicanti e roboanti "fortezze-volanti" (da noi ragazzi festeggiatissime ad ogni passaggio, e non certamente per spirito partigiano) che andavano a scaricare il loro micidiale carico su Napoli o, comunque, lontano da Cosenza, nonostante la scarsità dei generi alimentari appena attenuata dalle scarse possibilità offerte dal "mercato nero" e dal fatto che non c'era cosentino che non avesse legami parentali o amicali con i contadini delle campagne circostanti, malgrado tutto ciò, quel lontano e calamitoso lunedì di Pasqua eravamo tutti eccitati per i preparativi della tradizionale scampagnata della pasquetta.
All'epoca, essendo le automobili una rarità, per la scampagnata si sceglievano siti raggiungibili a piedi e noi del quartiere cosiddetto delle "case popolari" (già piazza Michele Bianchi, oggi piazza Paolo Cappello), tradizionalmente ci recavamo sulle panoramiche ed amene colline dell' "acquedotto", altrimenti dette "cezze di Vaccaro".
A casa mia tutto era pronto per poterci avviare, aspettavamo soltanto l'arrivo di mio padre che, in quanto panettiere, aveva fatto come al solito il turno di notte per consentire la distribuzione del pane fresco al mattino. Era però passata abbondantemente l'ora solita di rientro e mio padre, che invece aveva promesso di anticipare l'arrivo, ancora non si vedeva. Intanto mia madre, dopo gli iniziali nervosismi per il ritardo, cominciava a preoccuparsi e noi tutti con lei. A questo punto arrivò la brutta notizia: mio padre era stato arrestato.
Capirete che per una famiglia di onesti lavoratori, ed in un'epoca in cui il limitato sviluppo economico aveva parallelamente ridotto il diffondersi della corruzione e della delinquenza, e di conseguenza il relativo affollamento delle patrie galere i cui inquilini più numerosi erano i politici, la semplice notizia di un arresto diventava un dramma.
Naturalmente la pasquetta venne annullata e rammento che mia madre non smise di piangere per tutta la giornata. Mio padre alla fine rientrò, non ricordo se la sera stessa o il giorno dopo, e tutto trionfante ci raccontò quello che era successo. Da un po' di tempo i panettieri di Cosenza avevano instaurato una sorta di vertenza con i loro datori di lavoro perché pretendevano venisse assegnato loro un pane al giorno da far recapitare a casa delle autorità cittadine (il podestà, il federale ed altri capoccioni simili) ogni mattina, mentre per le famiglie di coloro che quello stesso pane preparavano, non si volesse concedere niente. Considerato che non si riusciva a sbloccare la controversia e visto che nemmeno per il giorno di Pasqua si era riusciti ad ottenere una briciola di pane, gli operai dichiararono di entrare in sciopero. Io non so che tipo di adesione ebbe quella astensione dal lavoro, né so quanti operai vennero arrestati in considerazione del fatto che sotto il fascismo lo sciopero era proibito o, quanto meno, fortemente limitato. Ricordo però molto bene le motivazioni che mio padre, con orgoglio, addusse per spiegare il buon esito della vertenza.
Allorché durante l'interrogatorio i lavoratori furono minacciati di venire mandati sotto processo, questi risposero (almeno alcuni di loro) che sarebbero stati felici di affrontare il processo per poter denunciare al giudice quanti pani uscivano tutte le mattine dal forno per essere recapitati clandestinamente (ed erano loro stessi ad effettuare le consegne) ad alcune autorità cittadine. Fu questa minaccia, portata con estrema decisione, a sbloccare la situazione. Non solo mio padre e tutti gli altri operai vennero scarcerati, ma anche da quel giorno fu loro felicemente assegnato il "pane quotidiano".
Il fascismo, già vacillante, di lì a poco sarebbe miseramente crollato. Con l'instaurazione delle libertà democratiche mio padre, grazie anche a questo episodio, venne eletto segretario della categoria dei panettieri nella ricostituita "Camera del Lavoro" di Cosenza e componente della "Commissione Prezzi" come risulta da una tessera, ancora in mio possesso, datata 14/06/1945 a firma del segretario CGIL e del Prefetto di Cosenza.



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