Prendere la parola significa collocarsi
in un contesto e quindi rispondere allo stesso e dello stesso, nel senso
che colui che tiene il discorso non puo' prescindere dalla necessita' stessa
dell'ordine del discorso. Cosa significa necessita' dell'ordine del discorso?
Chi afferra o tiene il discorso (maintenant) non puo' trascurare
di collocarsi in una tradizione, pertanto ha l'obbligo di rispondere al
dettato del contesto, che fissa dei margini a livello di argomentazione,
di scelta delle risorse grammatico-sintattico-lessicali, di collocazione
storica ed ideologica. Nondimeno, si puo' realizzare l'esatto contrario
di quanto diciamo, nel senso che il soggetto dell'enunciazione muove da
un determinato contesto per aprirlo, per sottrarlo alla sua intensa necessita'.
E' esattamente quanto si e' verificato in occasione della conferenza: Maastricht,
il Mediterraneo, l'Albania, tenuta da Hosea Jaffe presso la "Citta
Futura" lo scorso 12 aprile. Se si vuole, il discorso di Jaffe compie una
sorta di decontestualizzazione del discorso proprio dell'economia liberista
e mondialista attraverso un'operazione che a qualcuno puo' sembrare ideologica
e spettrale, ma che in effetti si fonda sull'attenta analisi della genesi
del fenomeno del mercato libero.
Per entrare nel merito delle osservazioni
di Jaffe prenderemo le mosse da un testo che ha avuto una non trascurabile
fortuna cinque anni fa, ci riferiamo al libro di Francis Fukuyama: La
fine della storia e l'ultimo uomo.Il titolo del libro in questione
non colpisce certamente per il fatto che, ancora una volta, si parla di
fine della storia (Hegel credeva che cio' si fosse realizzato con l'impero
napoleonico e con il sistema dialettico), ma per il dettaglio, ossia per
la causa della fine: secondo Fukuyama, infatti, la storia arriva al suo
apogeo con la democrazia liberale, che consente all'individualitˆ di affermarsi,
di non essere annullata dall'istituzione, da un "eccesso di Stato". Se
si vuole, il discorso di Jaffe nasce esattamente laddove cessa quello di
Fukuyama che, inconsciamente, e' stato forse spinto a scrivere il summenzionato
libro dalle stesse ragioni che hanno condotto Hegel a pensare al sistema.
Se l'ultimo uomo e' il cittadino occidentale, che gode del privilegio di
aver contribuito ad affermare il liberismo e la logica di mercato come
espressione delle "magnifiche e progressive sorti", tanto progressive da
non avere piu' possibilita' di divenire, ebbene tale cittadino, a parere
di Jaffe, e' il prodotto del colonialismo e dell'imperialismo. Puo' sembrare
strano che riappaiano parole scomparse dal lessico politico-economico da
un non esiguo numero di anni, ma proprio in cio' va osservata l'operazione
di decontestualizzazione di cui si diceva a monte, operazione che altro
non e' se non una pratica di tipo genealogica.
Per Jaffe, il moderno capitalismo,
per intenderci quel capitalismo che agisce sopra la testa degli uomini
e degli Stati, ormai privi di sovranitˆ, ha come prodromi le conquiste
coloniali e la schiavitu'. Insomma, se la scoperta dell'America segna il
momento in cui la conquista dei territori (il loro sfruttamento ed il consequenziale
annientamento delle popolazioni indigene) apre alla modernita', l'esito
di questo cominciamento e' il liberismo economico, dove non viene meno
la logica di guerra e di distruzione. Tutto cio' lo si puo' osservare sulla
base di quanto si e' realizzato dopo la caduta del muro di Berlino e del
blocco comunista, caduta che e' l'esito dell'azione del grande capitale,
spinto dalla necessita' di trovare nuovi mercati per i consumi e per la
produzione. In altri termini, come Colombo segn˜ l'inizio di una nuova
fase della politica che, non piu' caratterizzata dal fronteggiarsi delle
potenze sul suolo europeo, si allarga ai territori di oltremare (le colonie),
cosi' le attuali potenze (non piu' gli Stati, ma i monopoli finanziari,
commerciali, industriali) non possono non perseguire un disegno di tipo
espansionistico contraddistinto solo in parte dall'occupazione dello spazio
in quanto luogo del o dei consumi, ma soprattutto come fonte di produzione
o, se si vuole, di approvvigionamento del lavoro a prezzo sempre piu' basso.
L'Europa dell'est costituiva per i grandi gruppi finanziari il territorio
ideale per determinare lo spostamento della produzione e di conseguenza
lo sfruttamento della risorsa lavoro. Da qui la strategia che ha portato
ad un massiccio attacco nei riguardi del modello di sviluppo comunista,
incapace di garantire la libertˆ e l'iniziativa individuale, all'esaltazione
del modello liberista, capace per contro di soddisfare le esigenze particolari,
ed infine all'avvento di un nuovo ordine, quell'ordine che ha consegnato
l'Europa dell'est ad un nuovo mondo giˆ vecchio: il terzo mondo. Da questo
punto di vista, Jaffe reputa esemplare quanto e' accaduto ed accade in
Albania, dove la missione europea porta un'alba che riconduce all'abituale
"follia del giorno", quella follia che si chiama sfruttamento del lavoro,
in un territorio posto nel cuore dell'Europa, e possibilitˆ di rastrellare
denaro da far sfruttare nel mercato della speculazione finanziaria, con
il miraggio per il piccolo risparmiatore della facile ricchezza, la stessa
facile ricchezza che ha funzionato da esca allorquando le finanziarie europee
hanno storto, con la decisiva collaborazione di Berisha, i pochi risparmi
a che viveva e vive con un reddito mensile medio inferiore a trecentomila
lire.
La riflessione di Jaffe sulla responsabilita'
delle democrazie occidentali circa la realizzazione di un sistema fondato
sulla guerra economica e lo sfruttamento indiscriminato sono decisamente
polemiche. La democrazia, il sistema politico che dovrebbe consentire la
partecipazione dei molti all'amministrazione della cosa pubblica, si rivela
un mero simulacro, tanto a livello di decisione politica, decisione che
e' il caso di dire non e' piu' politica, ma economica, quanto in termini
di giustizia, ossia di etica. Se le democrazie occidentali hanno una misura
morale, ebbene codesta misura e' assolutamente interna, per non dire consustanziale
all'agire: fondamento dell'amministrazione non e' la giustizia e l'equita'
fra i cittadini nello Stato e su un piano piu' alto fra gli Stati, ma il
perseguimento del particulare, di quella potenza che si estrinseca
simbolicamente nella forza idolatrica del denaro.
L'istanza etica dell'ultimo uomo
e' l'accrescimento della propria potenza, dunque l'esasperazione del rapporto
dialettico, di quel rapporto in cui l'altro non pu˜ sussistere se non come
altro dello stesso. Detto altrimenti, la misura e' la dismisura, quell'abnorme
che conduce alla cancellazione dell'altro uomo o dal suo mantenimento in
vita in quanto mera vita biologica, ossia vita senza riconoscimento politico,
vita da cancellare con il lavoro, con un lavoro che produce anche fame,
miseria e morte (il campo di concentramento). Il destino del terzo mondo
sembra, infatti, segnato dalla rappresentazione di un fenomeno che ha dato
luogo alle "buone coscienze" di parlare di mostruositˆ, di identificarla
nella storia, in un tempo preciso, in dei nomi e dei fatti, per poi rimuoverla.
La mostruosita' e' la Shoah, il riconoscimento degli zingari, ebrei ed
altre minoranze in quanto mera vita biologica privata della possibilita'
di trovare asilo nel nomos del Reich, che imposta il proprio programma
di espansione mondiale a partire da una biopolitica, la stessa che presiede
il programma di mondializzazione in atto. Ci rendiamo conto che quanto
diciamo pu˜ suonare alle orecchie di qualcuno come un aberrante parallelismo,
tuttavia il parallelismo non e' poi cosi' sviante se si osserva che le
democrazie rispondono ad un programma economico e politico che non lascia
scampo all'altro, al differente, a quell'uomo del terzo mondo che e' riconosciuto
soltanto come forza biologica, corpo da piegare in direzione di un disegno
di guerra, di sangue e di morte. La marca peculiare del liberismo e' l'occupazione
dello spazio, l'estensione dei confini del mercato al pianeta, dinamica
che non pu˜ certo trovare un limite. Se si osserva con attenzione, il mondo
e' stato fagocitato dal mercato, nel senso che il trionfo del profitto
ha fissato la propria legge su ogni punto della terra. Tutto questo potrebbe
indurre a porre in essere l'ingenua considerazione realizzata da Fukuyama,
che vede nel liberismo una sorta di riproposizione di "pace perpetua",
ma, in realtˆ, il nomos dell'economia di mercato e' la differenza,
ossia la continua frammentazione del mercato che, nella sua unitˆ, ha bisogno
di diversitˆ, si' da portare avanti la dinamica della potenza, di un potenza
che si realizza sotto forma di annientamento: altrimenti detto, il liberismo
non pu˜ prescindere da un mercato che si apre al mercato, ad uno sviluppo
caratterizzato dal superamento del limite, da una trasgressione infinita
il cui estremo esito corrisponde al disegno totalitario per eccellenza:
il molteplice nell'uno nel senso che la totalitˆ della ricchezza dovrebbe
confluire nelle mani di una sola persona.
Queste considerazioni evocano,
forse, quanto sostiene Hannah Arendt a proposito della dinamica interna
del nazionalismo, di un esempio di totalitarismo fondato su un'eugenetica,
su un programma razziale mediante cui costruire il Reich ed il suo millenario
impero, programma che, sulla base delle riflessioni stimolate da Hosea
Jaffe, e' ben lungi dall'essere tramontato: ogni nuovo giorno inizia
con l'alba.